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giovedì 6 ottobre 2011

Processo Meredith: tra sentenza e spettacolo



di Marco Mitrugno

LA SENTENZA RIGUARDANTE L’OMICIDIO DI PERUGIA HA ASSOLTO SOLLECITO E LA KNOX. ALL’INTERNO E FUORI DALL’AULA ERANO RADUNATE DUE OPPOSTE “TIFOSERIE”: COSÌ SI RIAPRE LA POLEMICA SULLA SPETTACOLARIZZAZIONE DEI PROCESSI.

Lunedì sera alle 21:45 circa, la Corte d’Appello del tribunale di Perugia si è pronunciata sul caso dell’uccisione di Meredith. Sono stati assolti con formula piena Raffaele Sollecito e Amanda Knox, che adesso sono a casa propria: a Bisceglie Sollecito, a Seattle la Knox. Una vicenda strana, quella di Perugia. Secondo alcuni, sono stati commessi errori da parte dei PM dell’accusa e della polizia scientifica, che hanno condotto le indagini. Di fatto, la sentenza di primo grado è stata sovvertita: Sollecito era stato condannato a 25 anni di reclusione, Amanda a 26 anni. Ora sono tutti e due liberi, “per non aver commesso il fatto” secondo i giudici della Corte d’Appello di Perugia.
Il processo è stato seguito dagli Usa e dall’Inghilterra. Nella terra dello zio Sam giornalisti e sostenitori di Amanda hanno festeggiato, perché, dal loro punto di vista, è venuta fuori la verità. In Inghilterra le reazioni sono state più dure: i vari giornali hanno attaccato la “volpe” Amanda e alcuni magistrati italiani. Ha voluto esprimere la sua opinione ancheDavid Cameron, capo del Governo conservatore di Londra, che ha fatto sapere che non è stata fatta giustizia per Meredith. Sono rimasti delusi anche i familiari della vittima, che si erano costituiti parte civile nel processo. Il fratello di Meredith ha dichiarato che la sua famiglia non è il partito dei colpevoli, quindi accettano la sentenza, ma vogliono che si faccia chiarezza sull’omicidio. Sono state più dure la sorella e la madre di Meredith, che di fatto hanno snobbato Amanda. Intanto i PM dell’accusa hanno fatto sapere che sarà presentato ricorso in Cassazione, quindi il caso è ancora aperto, anche se sembra difficile che i giudici della Cassazione possano condannare nuovamente Raffaele e Amanda.
La sentenza però non ha avuto ripercussioni solo dal punto di vista giuridico. Nell’opinione pubblica c’è stata una divisione, opposte tifoserie: innocentisti e colpevolisti. Appena è stata annunciata la decisione dei giudici di Perugia, fuori dal tribunale è partita una contestazione, contro la decisione. Un mix di “vergogna” e “assassini”, ha ravvivato i momenti appena successivi alle lettura della sentenza. All’interno dell’aula, invece, si respirava un’aria diversa: lì erano accampati gli innocentisti, che hanno accolto con un boato la sentenza, tanto che il presidente della Corte ha dovuto richiamare più volte l’aula all’ordine. Come se non bastasse su Rete 4 era in onda una puntata di Quarto Grado, che seguiva in diretta la lettura della sentenza. Salvo Sottile, sembrava pressoché entusiasta di poter essere uno dei pochi che aveva le immagini in diretta che arrivavano dal Tribunale di Perugia. Sembrava di essere davanti ad una partita di calcio. Sottile si collegava con gli Usa, dove si festeggiava. Come se non bastasse ci si è messo anche Vespa, con Porta a Porta, ma senza il plastico. Gli ospiti erano sempre gli stessi: psichiatri, criminologi, che si battevano tra loro sulla sentenza, se fosse giusta o meno.
Questo è sintomo di un’Italia malata. Tutti fissati con il gossip sugli omicidi, le discussioni (anche accese) su indagati e colpevoli. Una scena già vista altre volte con il caso di Cogne, di Avetrana, di Melania Rea e adesso quello di Perugia. L’italiano medio si aggrappa a questi “spettacoli”, a programmi come  Quarto Grado, che sicuramente non offrono un buon servizio, ma fanno ammorbare la gente alla vita di altre persone, che in quello stesso momento vivono gli istanti più brutti della loro esistenza. Forse dovremmo farci un esame di coscienza.

sabato 23 luglio 2011

Se Tedesco non vuole dimettersi


di Marco Mitrugno
Lo scorso mercoledì la Camera e il Senato hanno votato su due richieste d’arresto. A Montecitorio si è votato sulla vicenda riguardante Alfonso Papa e la Camera ha deciso per l’arresto del deputato del Pdl. Al Senato si è votato sull’arresto del senatore del Pd Alberto Tedesco, indagato per un caso di malasanità in Puglia. All’inizio dell’indagine era assessore alla sanità della giunta guidata da Nichi Vendola. Il Senato ha respinto la richiesta d’arresto, nonostante lo stesso Tedesco avesse chiesto che si votasse sì. L’ex assessore pugliese non si è salvato grazie ai voti del Pd, ma grazie a quelli del Pdl. Praticamente il partito diBerlusconi ha aiutato Tedesco in nome di quel garantismo malato.  E proprio Tedesco di dimettersi non vuole saperne niente. Perché secondo lui se si dimettesse farebbe “un favore ai magistrati”.
A questo punto sorge una domanda spontanea: se voleva essere arrestato,  non ottenendo quello che voleva, perché non si dimette? Quindi bisogna iscrivere anche Tedesco all’elenco dei finti garantisti. Essere garantisti vuol dire assumersi le proprie responsabilità e, se si ricoprono incarichi pubblici dimettersi per difendersi al meglio davanti all’accusa. Tedesco sembra uno dei peggiori pidiellini quando dice che i pm stanno rallentando l’arrivo del processo. Ciò che fa specie è che la gente che incontra Tedesco per le strade di Bari si ferma per poterlo abbracciarlo. Così si rischia che il valore della legalità venga meno.
Il comportamento di Tedesco ha scatenato le ire i Bersani, che chiede a chi è indagato di fare un passo indietro. Ma l’ex assessore pugliese se ne frega. Da non dimenticare che il senatore pugliese è arrivato palazzo Madama, per poter godere dell’immunità parlamentare. Il senatore Tedesco dovrebbe fare un esame di coscienza e se davvero vuole che la magistratura faccia bene il suo lavoro, farebbe bene a dimettersi e mettersi a disposizione dei pm.

martedì 19 luglio 2011

La legalità: in nome di Borsellino



di Marco Mitrugno
A diciannove anni dall’attentato che costò la vita a Paolo Borsellino, è giusto ricordare il magistrato in modo degno. Nonostante l’estremo sacrificio di Borsellino, ancora oggi non si comprende quale sia il reale valore della legalità. In molti si riempiono la bocca della parola legalità, ma in realtà poi non applicano i suoi principi alla vita privata e politica. Basta considerare i vari casi Cosentino, Romano, Papa; Alfano dice di volere costruire il partito degli onesti, ma con gente del genere sarà un’impresa ardua. A pagarne le conseguenze sono tutte le brave persone che militano nel Pdl e che vedono la propria dignità infangata dai loro dirigenti nazionali. Non bisogna commettere l’errore di ergere la sinistra a difensore della legalità, perché oltre ai giustizialisti di Di Pietro ed ai giustizialisti a fasi alterne del Pd, anche da destra si alza una richiesta di maggiore attenzione alla questione morale. 
È il caso di Fli, che ha presentato una mozione di sfiducia verso il ministro Romano; dalla nascita, Futuro e Libertà ha inserito la legalità negli ideali principi del movimento. D’altronde da sempre la destra italiana è stata avamposto delle battaglie di legalità. Ma da diciassette anni a questa parte, da quando Berlusconi è sulla scena politica nazionale, il concetto di legalità è stato modificato: si confonde il garantismo con l’impunità, la richiesta di giustizia con il giustizialismo. Abbiamo avuto un esempio nella nostra Mesagne: quando si è venuti a conoscenza della presenza di un consigliere comunale punto di riferimento della criminalità locale, è stato costituito un fronte unico, con un eccesso di garantismo che di fatto a portato all’archiviazione della vicenda. In poche parole i cittadini mesagnesi non sanno se nella massima assise comunale vi è la presenza di un infiltrato o meno Borsellino immaginava un’Italia libera dal cancro mafioso, una politica senza infiltrazioni da parte della criminalità organizzata. In nome di Paolo Borsellino, la politica italiana, di livello nazionale e locale, deve recuperare il senso della legalità, che deve essere guida della vita umana e ideale fondamentale della nostra società. 

domenica 16 gennaio 2011

L'uguaglianza? Una panzana



da "Il Fatto Quotidiano"


di Massimo Fini


Su Libero di mercoledì, il giorno prima che la Corte costituzionale decidesse sul “legittimo impedimento”, Franco Bechis portava il suo contributo alla Causa affermando che il principio per cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge è “un’assoluta panzana. La legge, dice, non è, e non è mai stata, uguale per tutti. E cita i privilegi di cui godono deputati e senatori, alcuni garantiti costituzionalmente, dall’articolo 68, altri di nuovo conio. Quindi dice Bechis che ci scandalizziamo a fare per il “legittimo impedimento”, dato che la legge non è, e non è mai stata, uguale per tutti? Privilegio più o privilegio meno che importa visto che ilprincipio di uguaglianza è già stato intaccato e proprio dalla Costituzione?  Chi pone quindi il principio dell’uguaglianza contro leggi tipo “legittimo impedimento” o “lodo Alfano” è un ipocrita.

Fin qui Bechis. Cui si potrebbe far notare che i nostri Padri costituenti quando nel 1948 vararono l’articolo 68 con le sue guarentigie per i parlamentari avevano in mente un’altra classe politica. Erano uomini con una mentalità e una moralità ottocentesca, quando onestà, rigore, pudore erano valori da tutti condivisi, l’uomo politico doveva essere il primo a dare il buon esempio e un ministro si suicidava per la vergogna perché accusato di aver portato via dal suo ufficio un po’ di cancelleria.

Ma la classe politica cui pensavano i nostri Padri costituenti oggi non esiste più. Oggi un ministro si fa pagare la metà della casa. Ci sarebbe da seppellirsi per la vergogna anche se non si fosse un ministro ma un normale cittadino. E invece il ministro va in televisione, diventata ormai il quarto grado di giudizio in Italia, e con la più grande faccia tosta racconta che lui non si era accorto che qualcun altro aveva pagato la casa al posto suo. Il premier Berlusconi, che è il quinto grado di giudizio, per gli amici e soprattutto per sé (a lui basta giurare sulla testa dei suoi figli e di suo nipote per escludere di aver commesso dei reati e autoassolversi) dà la sua pubblica solidarietà al ministro e ci vorrà del bello e del buono per convincere Scajola che è andato al di là di ogni decenza e a dimettersi. Ma possiamo scommettere che prima o poi lo vedremo rispuntare all’onor del mondo politico.

È solo un esempio di che cos’è la classe politica oggi, di che cos’è oggi un Parlamento dove siedono oltre cento fra inquisiti e condannati. Una banda di ladri, di mafiosi, di profittatori, di nulla facenti. Quei privilegi che i nostri Padri fondatori generosamente gli garantirono non li meritano più e dovrebbero essere aboliti invece di aggiungerne altri (il “privilegio sul privilegio” è un animale che esiste solo in Italia).

Ad ogni buon conto, Bechis, volendo salvare Berlusconi, finisce per smascherare la democrazia liberale. Questa infatti rinuncia all’uguaglianza sociale, ritenuta utopica ma, almeno nei testi dei suoi ideatori (Stuart Mill, Locke) deve essere fermissima su quella formale. Se cade questo pilastro cade tutto il Palazzo della liberaldemocrazia, così come un tempo cadde il sistema feudale quando i nobili a petto dei privilegi di cui godevano (molto simili a quelli di cui gode oggi la nostra classe politica) non ottemperarono nemmeno più agli obblighi che li compensavano. Allora questa truffa finì in un bagno di sangue. Vedremo che fine farà, prima o poi, la truffa della cosiddetta liberaldemocrazia.